La mia risposta: probabilmente meno di quanto molti nel settore sperano.
Per capire perché, bisogna smettere per un momento di ragionare da gemmologi, produttori o gioiellieri e provare a entrare nella testa del consumatore.
Prima di tutto: cosa è cambiato davvero?
Il 7 settembre 2026, a chiusura del Congresso del Centenario a Vicenza, il consiglio direttivo di CIBJO ha approvato una raccomandazione: nei Blue Book, "synthetic" dovrebbe diventare il descrittore unico per un prodotto creato con la stessa composizione chimica, le stesse proprietà fisiche e la stessa struttura del corrispettivo naturale. Nelle comunicazioni rivolte a un pubblico internazionale, "synthetic" è raccomandato come il termine più univoco.
Allo stesso tempo, CIBJO riconosce esplicitamente che "laboratory-grown" e "laboratory-created" restano termini di marketing accettati in alcune giurisdizioni e che le normative nazionali hanno la precedenza.
Negli Stati Uniti, infatti, la Federal Trade Commission continua a consentire termini come "laboratory-grown", "laboratory-created" e "synthetic" per prodotti che hanno essenzialmente le stesse proprietà ottiche, fisiche e chimiche del diamante estratto, a condizione che il consumatore capisca chiaramente che la pietra non è stata estratta.
Quindi non siamo davanti, almeno per ora, a un cambio universale di etichetta imposto al retail mondiale. Ma la domanda più interessante è un'altra: se domani tutti li chiamassero davvero "diamanti sintetici", il consumatore smetterebbe di comprarli?
Io penso di no.
Perché il consumatore compra un lab-grown?
Non perché ama la parola "lab-grown". Compra perché vede un oggetto che conserva gran parte dell'immaginario costruito intorno al diamante: brillantezza, lusso, status, romanticismo, fidanzamento, grandezza della pietra, desiderabilità. Ma a un prezzo radicalmente inferiore.
Ed è questo il punto centrale. Il consumatore medio non sta facendo una valutazione gemmologica. Sta facendo una valutazione di valore percepito. E il rapporto tra ciò che vede e ciò che paga è estremamente favorevole.
I numeri americani sono già molto chiari
Qui bisogna essere precisi, perché le fonti misurano cose diverse.
Il Real Weddings Study di The Knot rileva che nel 2025 i lab-grown rappresentavano il 61% delle pietre centrali negli anelli di fidanzamento acquistati negli USA tra le coppie intervistate.
BriteCo, usando dati reali di perizia, rileva invece che nel primo semestre 2026 il 51% dei nuovi anelli di fidanzamento periziati aveva una pietra centrale lab-grown, contro il 6% del 2019 e il 47% dell'intero 2025.
Sono metodologie diverse, quindi i numeri non sono direttamente sovrapponibili. Ma il segnale è inequivocabile: il lab-grown è ormai mainstream nel bridal americano. Questo è il dato che conta.
E non è solo l'America
Anche negli Emirati la categoria si sta strutturando. Nel 2025 gli UAE hanno movimentato 76,9 milioni di carati di diamanti lab-grown, +91,5% anno su anno, per un valore di circa 1,3 miliardi di dollari. Nell'agosto 2026 DMCC ha persino creato una divisione dedicata al lab-grown.
Questo non significa che il consumatore emiratino preferisca automaticamente il lab-grown al naturale. Significa però che siamo molto oltre la fase della curiosità. Esistono ormai filiere, brand, retailer e infrastrutture costruiti attorno alla categoria. Un cambio terminologico arriva quindi dopo che il mercato si è già formato.
"Sintetico" è una parola più debole? Sì, probabilmente.
"Laboratory-grown" suona tecnologico. "Cultivated" suona quasi organico. "Synthetic" ha un'associazione più fredda e, per molti consumatori, può richiamare qualcosa di artificiale o meno prezioso.
Quindi non penso che l'effetto sarà letteralmente zero. Sul cliente poco informato, specialmente al primo contatto, la parola può avere un impatto psicologico. Ma considero improbabile che basti a invertire una trasformazione di mercato già così avanzata.
Perché una volta che il consumatore comprende che si tratta comunque di un diamante con sostanzialmente le stesse proprietà ottiche, fisiche e chimiche del naturale, la scelta torna rapidamente a: cosa ottengo per il mio budget?
Il vero vantaggio del lab-grown non è il nome
È il rapporto tra prezzo e percezione. Prendiamo ancora gli Stati Uniti. Secondo BriteCo, nel 2025 il prezzo mediano di vendita di un anello di fidanzamento con diamante naturale era circa 12.961 dollari. Per un anello con diamante lab-grown era circa 4.557 dollari. Contemporaneamente la dimensione mediana della pietra centrale è raddoppiata, da 1,01 carati nel 2019 a 2 carati nel 2025.
È esattamente ciò che vede il consumatore. Con lo stesso budget posso avere più carati, migliore colore, migliore purezza, maggiore presenza visiva. Questa differenza è molto più potente di una parola.
Il diamante porta con sé cento anni di immaginario
Questo, secondo me, è il punto più sottovalutato. Per decenni abbiamo costruito attorno al diamante una delle narrazioni commerciali più forti mai create. Diamante significa amore, successo, impegno, lusso, permanenza, status.
Oggi una parte di quell'enorme capitale simbolico viene inevitabilmente trasferita anche sul lab-grown. Perché agli occhi del consumatore rimane trasparente, brillante, visivamente identico, riconoscibile come diamante.
Puoi spiegargli che quello naturale si è formato miliardi di anni fa e quello sintetico è stato prodotto in settimane. È vero. Puoi parlargli di rarità geologica. È vero. Puoi parlargli di provenienza, heritage e unicità. Ed è proprio lì che credo che il naturale debba costruire il proprio futuro.
Ma la risposta del consumatore può comunque essere: "Capisco. Però con il mio budget posso avere un diamante da 2 carati invece che da 0,80." Ed è una risposta perfettamente razionale.
Natural e lab-grown non hanno solo due origini diverse. Hanno due economie diverse.
Qui, secondo me, c'è il vero punto strategico che il dibattito terminologico nasconde.
Il prezzo del diamante naturale non è mai stato semplicemente costo di estrazione più margine. Storicamente è stato costruito da disponibilità geologica limitata, gestione dell'offerta da parte dei grandi produttori, decisioni sulle scorte, domanda internazionale e dall'enorme valore simbolico creato dal marketing. Ancora oggi i grandi produttori adattano la produzione al mercato: De Beers nel 2025 ha ridotto la produzione del 12%, a 21,7 milioni di carati, con un prezzo medio realizzato del grezzo di 142 dollari al carato, in calo del 7% sul 2024.
La scarsità del naturale non è solo geologica. È anche economica: quanti diamanti raggiungono il mercato in un determinato momento dipende anche dalle decisioni dei produttori. È un prezzo di mercato, costruito sull'equilibrio tra scarsità, offerta disponibile e domanda. Non un prezzo finto, ma nemmeno un prezzo direttamente correlato al solo costo industriale. Ed è esattamente questo che per decenni ha permesso al naturale di sostenere un premium molto elevato. Significa anche che il prezzo può scendere quando la domanda si indebolisce: secondo i dati riportati da CNBC, il prezzo medio di un diamante naturale da 1 carato è passato da 8.007 dollari nel 2021 a 3.898 dollari oggi, un calo di oltre il 50% in cinque anni.
Il diamante lab-grown segue una logica diversa. È un prodotto industrialmente riproducibile. Non esiste una scarsità geologica strutturale. Se aumenta la capacità produttiva e la tecnologia diventa più efficiente, il costo di produzione tende a diminuire. Ed è ciò che è successo: secondo l'analista Edahn Golan, i prezzi wholesale dei lab-grown sono diminuiti di circa il 96% dal 2018, con un calo ancora del 13% anno su anno nel secondo trimestre 2026, anche se la discesa sta rallentando e alcune categorie, come il round da 1 carato, mostrano i primi segnali di stabilizzazione.
In sintesi: il naturale è scarsità più domanda più scorte più branding. Il lab-grown è costo di produzione più capacità più concorrenza più margine del retailer. Due modelli economici diversi. E questo cambia completamente il modo in cui devono essere posizionati.
Il vero rischio del lab-grown non è chiamarsi "synthetic"
È diventare una commodity. Il costo di produzione continua a scendere. La capacità produttiva aumenta. La rarità non esiste come variabile strutturale. Quindi il prezzo della pietra è destinato ad avere una pressione completamente diversa da quella di un bene naturalmente scarso.
Il rischio reale è la competizione di prezzo. Se due aziende possono produrre sostanzialmente la stessa pietra, la competizione tende progressivamente a spostarsi sul prezzo. E quindi il valore deve migrare altrove: design, brand, servizio, esperienza retail, storytelling, personalizzazione.
I brand lab-grown che basano tutta la comunicazione su "2 carati al prezzo di 1" stanno costruendo un vantaggio molto fragile.
E il naturale non recupererà valore svalutando verbalmente il lab-grown. Se l'obiettivo implicito di "synthetic" è aumentare la distanza percepita, può funzionare come posizionamento linguistico. Ma non è una strategia commerciale. Il naturale deve costruire il proprio valore positivo: origine, provenienza, rarità, unicità, storia geologica, collezionabilità, heritage, permanenza emotiva. È molto più potente dire "questo diamante esiste una sola volta" che dire "quello è sintetico". La prima frase costruisce valore. La seconda costruisce confronto.
Il consumatore ha già segmentato il mercato
La mia lettura è che natural e lab-grown non si elimineranno necessariamente a vicenda. Si stanno progressivamente separando per funzione.
Diamante naturale: heritage, fidanzamento premium, traguardi importanti, collezionabilità, provenienza, eredità.
Diamante lab-grown: fashion, acquisto per sé, gioielli da viaggio, carature importanti, pezzi statement, diamanti di tutti i giorni, sperimentazione creativa.
Non è una divisione assoluta. Esistono anelli di fidanzamento lab-grown e gioielli fashion con diamanti naturali. Ma come architettura di portafoglio è molto più utile della vecchia guerra su "qual è il vero diamante".
Quindi: chiamarlo "sintetico" cambierà qualcosa?
La mia previsione: qualcosa sì, ma molto meno di quanto possa sembrare dall'interno dell'industria. Potrà cambiare il primo impatto. Potrà aiutare il naturale a differenziarsi linguisticamente. Potrà rendere più chiara la comunicazione.
Ma difficilmente cancellerà la differenza di prezzo, la disponibilità di grandi carature, la qualità visiva, il cambiamento generazionale, la presenza ormai massiccia del lab-grown nel retail.
Perché alla fine dobbiamo ricordarci una cosa fondamentale. Il consumatore non compra la terminologia utilizzata dalla nostra industria. Compra come si sente quando indossa il gioiello. Compra la brillantezza, la dimensione, il design, il significato, l'orgoglio di indossarlo, la reazione degli altri. E soprattutto compra ciò che ritiene abbia più valore per lui.
Possiamo chiamarlo laboratory-grown. Laboratory-created. Synthetic. Ma se il consumatore guarda la propria mano, vede un bellissimo diamante da due carati e sente di aver fatto l'acquisto giusto, la battaglia terminologica difficilmente basterà a cambiare quella sensazione.
La vera sfida, per natural e lab-grown, non sarà decidere come chiamarsi. Sarà dare al cliente due ragioni abbastanza forti e abbastanza diverse per desiderarli entrambi.